enfrit
Home / Interviste / Intervista a Besnik Mustafaj

Intervista a Besnik Mustafaj

Di Marcello Scalisi, Direttore di UNIMED

Besnik Mustafaj

Lo scrittore albanese Besnik Mustafaj, (Bajramu Curri, Albania, 1958), grande amico di UNIMED da oltre vent’anni, è in Italia per la presentazione del suo libro “Piccola Saga Carceraria”,  di recente tradotto in Italiano ed edito da Castelvecchi.

Besnik Mustafaj in gioventù ha lottato per la libertà nel suo paese e successivamente ha anche avuto incarichi politici importanti nell’era post-comunista. Ambasciatore albanese a Parigi dal 1992 al 1997 e ministro degli steri dal 2005 al 2007. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue e nel 1997 è stato insignito del Prix Méditerranéè étranger per il libro “Le tambour de papier”.

“Piccola sagra carceraia” è un grido di allarme su ciò che tutte le forme di totalitarismo e di dittatura rappresentano. Un libro quindi che parla dell’Albania ma che è un grido di lotta e di resistenza contro qualunque forma di oppressione politica.

Vent’anni fa, nel 1997, Franco Rizzi pubblicava una tua intervista su RIVE, allora rivista d’avanguardia per la promozione del dialogo culturale tra le due rive del mediterraneo. In vent’anni in cui hai anche avuto incarichi politici importanti nell’era post comunista (Ministro degli esteri dal 2005 al 2007 con il governo Berisha) cosa è cambiato nel tuo paese, nella letteratura così come nella società civile?

Ero ambasciatore d’Albania a Parigi quando facemmo questa intervista con Franco Rizzi, al quale voglio dedicare un ricordo affettuoso. Nel corso di questi 20 anni in Albania sono cambiate molte cose. Alcune in meglio, altre in peggio.

L’economia del Paese si è sviluppata. Ora la gente vive molto meglio. E anche in politica estera ciò che sognavamo è stato realizzato: l’apertura del Paese verso il mondo libero. L’Albania è membro della NATO, è candidata all’adesione all’UE e gli albanesi possono viaggiare liberamente nello spazio Schengen, senza più l’incubo umiliante dei visti. Purtroppo, però, c’è un significativo peggioramento della democrazia. Oggi abbiamo un Primo Ministro che prende a modello alcuni leader autoritari dell’Europa o fuori di essa, come Orban in Ungheria e Erdogan in Turchia. Sta cercando di instaurare in Albania lo stesso sistema, nel quale vengono calpestati i valori per i quali noi che abbiamo partecipato all’abbattimento della dittatura stalinista abbiamo lottato e che sono i valori della democrazia europea. Peggio, questo governo non solo non sta combattendo il crimine organizzato, ma con esso ha un accordo di collaborazione. Faccio un esempio: i due Ministri degli Interni che questo governo ha avuto negli ultimi cinque anni da quando è andato al potere sono stati destituiti dal loro incarico a causa della scoperta da parte della giustizia italiana dei loro legami con cartelli diversi del crimine organizzato, che ha ormai sviluppato le sue metastasi su entrambe le sponde dell’Adriatico. E sottolineo che questi legami sono stati scoperti dalla giustizia italiana. Perché la giustizia albanese è in gran parte succube del governo e della corruzione. Di conseguenza, la società albanese non sa su cosa riporre le proprie speranze per il futuro. C’è una disperazione profonda, che si esprime nella crescita del desiderio di lasciare il Paese. Lo scorso anno il numero dei richiedenti asilo albanesi in Francia ha superato quello degli agfani. Una disperazione di questo genere è paralizzante, annichilisce la volontà della società di andare avanti.

“Piccola Saga Carceraria”, pubblicato già trent’anni fa in Albania e successivamente tradotto in francese ed in tedesco, e finalmente adesso edito in Italia da Castelvecchi, si articola in tre diversi racconti. Sullo sfondo forme diverse di totalitarismi albanesi: la monarchia, il comunismo, il fascismo. Ma tutti hanno in comune un luogo che viene eletto a monumento politico di tutte le dittature e totalitarismi: il carcere per i detenuti politici. Cosa rimane ancora oggi nella memoria albanese della sua storia?

Anche gli albanesi, come gli altri popoli dei Balcani, hanno una memoria storica molto sviluppata. Ma in generale, hanno una memoria selettiva. Gli albanesi ricordano bene, fanno proprio e trasmettono alle generazioni successive quella parte della storia che dà loro orgoglio identitario. È una tradizione che si è inculcata nella loro mentalità fin dai tempi in cui l’Albania era sotto il dominio ottomano e nessuno scriveva la storia degli albanesi. Durante i cinque secoli di questa occupazione, era proibito addirittura scrivere la stessa lingua albanese. Gli albanesi dovevano fare da soli la sintesi della propria storia e custodirla come parte della cultura folclorica. Quindi, selezionavano dal passato quei fatti e quegli eventi che alimentassero l’orgoglio per la loro identità nazionale di fronte all’occupatore. È per questa esigenza di affermazione nazionale che il subconscio collettivo ha trasformato la memoria storica in una materia soprattutto epica. Il regime stalinista ha portato all’estremo questo approccio alla memoria storica, facendone il metodo di studio ufficiale della storia, allo scopo di plagiare gli albanesi per metterli al servizio del proprio potere. E questo, per inerzia, per mancanza di radicamento della cultura della libertà e per mille altre ragioni, continua ancora oggi.

Oltre che per molti aspetti disumana, penso che la dittatura sia anche una vergogna nazionale per il popolo che l’ha sopportata per decenni e, ancora peggio, l’ha sostenuta. Noi albanesi non abbiamo molto sviluppato il senso dell’autocritica. Il più delle volte scegliamo la via più facile per tacitare la nostra coscienza collettiva, credendo ingenuamente di poter nascondere con la polvere dell’oblio vergogne di questo genere. Come scrittore, questa cosa mi preoccupa molto. Želju Mitev Želev, il primo presidente postcomunista della Bulgaria, noto storico del fascismo, dice che la pagina della storia va voltata, ma prima va letta. Noi albanesi inganniamo spesso noi stessi, cercando di voltare la pagina della storia senza leggerla.

Nell’intervista del 97 parlavi della tua schizofrenia, ossia della separazione netta tra il tuo ruolo politico o pubblico di giorno, ed il tuo vero mestiere di scrittore ma di notte. Da qualche anno hai deciso di lasciare la politica e di dedicarti soltanto ai tuoi scritti ed ai tuoi studi. E della schizofrenia cosa rimane? come la esprimi?

A un certo punto questa sorta di schizofrenia divenne per me insostenibile: non era solo che mi trovavo a vivere due vite nella stessa giornata, era anche che queste due vite erano in continuo conflitto tra loro per carpire il mio tempo. Dovevo fare una scelta. E la feci nella primavera del 2007. Ero ministro degli esteri e diedi le dimissioni da tutti i miei incarichi politici – ero anche membro del gabinetto e deputato – per dedicarmi esclusivamente alla scrittura. Non dimenticherò mai lo sconcerto che suscitarono le mie dimissioni nell’opinione pubblica. La gente non si capacitava di come potessi abbandonare tutto il fulgore e i privilegi che comporta il grande ufficio del ministro degli esteri per rinchiudermi nella stanza piccola e solitaria dello scrittore. Ma io ero determinato e lo feci, trovando finalmente la pace con me stesso.

Di quella schizofrenia ora mi è rimasta soltanto la grande sensibilità che continuo ad avere per i destini del Paese. Ma il mio tempo lo dedico tutto alla scrittura. Le mie preoccupazioni ora sono solo preoccupazioni da scrittore. Mia moglie era felice quando lasciai la politica, credendo che finalmente avrei avuto più tempo per lei. Ma comprese molto presto che si si era sbagliata. Il lavoro del romanziere è terribilmente coinvolgente.

In “Piccola saga carceraria” un filo conduttore comune ai tre racconti è l’oppressione che sopprime le libertà ma che riesce anche a sopprimere l’amore. Nel tuo libro vi è una lezione sulla pervasività dell’oppressione politica che arriva anche nei meandri più profondi e sconosciuti dell’animo umano. Come vedi, dalla tua prospettiva di scrittore di frontiera a distanza di trent’anni dalla pubblicazione del tuo libro, la situazione delle libertà di espressione dei paesi della riva sud del mediterraneo e dei Balcani?

I Balcani, o l’Europa Sud-Orientale come la nostra penisola viene chiamata nella lingua ufficiale di Bruxelles, è l’unica area dell’Europa dove nell’ultimo mezzo secolo ci sia stata una guerra. Cominciò in Bornia. Continuò in Kossovo. Fu una guerra interetnica molto sanguinosa. Sono certo che non sarebbe ancora finita se non fossero intervenuti militarmente e diplomaticamente gli USA e le potenze europee. La nostra penisola è finalmente in pace. Ma è una pace ancora molto fragile e questo favorisce l’instaurarsi di regimi autoritari o l’instabilità politica. Ti ho già descritto la situazione in Albania. In Serbia il presidente della repubblica è un ex stretto collaboratore di Milosevic, in Montenegro Djukanovic detiene il potere da 25 anni e sembra insostituibile. In Macedonia Gruevski ha lasciato il potere lo scorso anno solo a seguito del determinarsi un alto livello di instabilità e sotto la forte pressione diplomatica dell’UE e degli USA. In Kossovo non si riesce a costituire un sistema di istituzioni democratiche e funzionali stabile. Un significativo ruolo negativo hanno anche gli interventi che la Russia e la Turchia operano in tutti i modi e che puntano a ostacolare la prospettiva europea di questi Paesi. In queste condizioni, la libertà di espressione non può certo fiorire. E questo è il meno che si possa dire. La libertà di espressione è la misura di quanto una società e la politica dei suoi leader abbia rispetto della verità.

Ancora più grave che nei Balcani è la situazione delle libertà di espressione nei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Le grandi speranze che aveva acceso la primavera araba sono andate deluse. Poi è venuta la guerra in Siria, che ha avvelenato ulteriormente la situazione. Ma sono convinto che in questi Paesi vi siano molti più eroi della libertà di espressione che nei Paesi democratici. Penso ai Paesi arabi, ma anche alla Turchia. Sono pieno di ammirazione per quegli uomini e quelle donne che, in piena consapevolezza, mettono a rischio anche la propria vita per dire la verità.

E l’Albania di oggi si proietta di più verso l’Europa o guarda anche alla sua storia ed alla sua dimensione Mediterranea?

Quando ero ministro degli esteri, nel 2006, decisi che l’Albania dovesse aderire all’Unione Euro-Mediterranea. Ma non avevo previsto quante difficoltà avrebbe incontrato l’accettazione di questa richiesta da parte dei Paesi dell’UE. L’argomento più assurdo, il cui superamento richiese da parte mia enorme tenacia, era il seguente: l’Albania non era sulla sponda meridionale del Mediterraneo e neppure nell’UE. Sicché, nei moduli di Bruxelles non si trovava la definizione in cui far rientrare la candidatura, perché poi fosse presa in esame. Una burocrazia kafkiana, vero? Può sembrare incredibile, ma il principale sostenitore della mia istanza fu la Finlandia, che per fortuna in quel periodo aveva anche la presidenza di turno dell’UE. All’inizio non trovai grande sostegno a questa aspirazione mediterranea del mio Paese né dall’Italia, né dalla Francia, né dalla Spagna. Che ve ne fate? – mi dicevano in confidenza i colleghi di questi Paesi. Semplicemente perché siamo un popolo mediterraneo – rispondevo io – Vogliamo affermare questa identità attraverso la cooperazione.

Ovviamente, la proiezione strategica dell’Albania è verso l’UE. Ma essa desidererebbe anche sviluppare la propria dimensione mediterranea, se ci fosse un reale contesto di cooperazione. L’Unione Euro-Mediterranea si rivelò una bolla di sapone. Oggi l’Europa vede il Mediterraneo, in modo ossessivo, solo come un orizzonte da cui vengono le navi coi rifugiati. Da cui, quindi, vengono i problemi.

Gli scrittori albanesi sono poco o nulla conosciuti in Italia: a volte mi chiedo se non si tratti di un malcelato senso di superiorità della cultura italiana su quella albanese, figlio della storia delle relazioni politiche recenti dei nostri paesi. In Francia ed in Germania invece i tuoi libri sono stati tradotti già da molti anni. Tu personalmente come te lo spieghi?

Non ho una spiegazione logica. Noi nei Balcani abbiamo tutti i nostri pregiudizi verso i vicini. Ma l’esistenza di questi pregiudizi la spieghiamo con la nostra arretratezza storica. L’Italia non è un Paese arretrato. Anzi. È un fatto, tuttavia, che anche Ismail Kadare, il nostro scrittore più noto a livello globale, è stato pubblicato in Italia solo circa vent’anni dopo essere diventato famoso in Francia e in molti altri Paesi. Io stesso conto otto libri tradotti in Francia dalle maggiori case editrici. In Italia, invece, questo è il mio primo romanzo ad essere pubblicato. Ad ogni modo, questo comportamento verso la cultura non è reciproco. In Albania la letteratura italiana, e non solo quella classica, è molto letta. Anche gli autori della generazione più recente, come Elena Ferrante, vengono tradotti quasi in contemporanea con le altre lingue. Io stesso sono un grande appassionato di letteratura italiana, sia di quella classica che di quella contemporanea. Ad esempio, uno scrittore come Claudio Magris mi è molto caro. Ho letto tutti i suoi libri, quattro dei quali, i principali, sono già tradotti in lingua albanese.

Nel tuo libro c’è una vena di follia nei vari personaggi principali. La follia che deriva dall’oppressione, la follia come risposta all’oppressione… Nell’Albania democratica, liberale e consumista di oggi, come si esprimerebbe la follia dei tuoi personaggi?

La tua descrizione dell’Albania di oggi è esatta. Vorrei sottolineare soprattutto l’attributo di “consumista”. L’Albania di oggi è molto consumista, direi anche al di sopra delle proprie possibilità. Spesso i miei connazionali si comportano come certe persone che, scoperto il benessere, credono che consumando sempre di più, che sia necessario o meno, possano rivalersi della povertà nella quale hanno vissuto in precedenza. In qualche modo, la seduzione del consumo agisce su di loro come un’oppressione della quale non sono consapevoli. Senza voler essere cinico, vedo in questo comportamento una sorta di follia.

Di questo tipo di follia mi piacerebbe occuparmi se scrivessi una letteratura un po’ più sociologica. La follia dei miei personaggi è un’altra. Non è più conseguenza di un’oppressione esercitata sull’individuo dall’esterno, come può essere quella di un sistema politico nel quale egli si trovi suo malgrado, ma gli nasce dall’interno, come conseguenza dei travagli della sua coscienza per non aver saputo o osato vivere la storia con maggiore dignità. Questo costituisce il suo dramma, enorme e irrisolvibile. Anche questo è un tipo di oppressione martoriante.

Vai alla recensione del libro “Piccola Saga Carceraria” di Besnik Mustafaj