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“Piccola Saga Carceraria” di Besnik Mustafaj

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“Piccola Saga Carceraria”, scritto da Besnik Mustafaj, albanese (Bajramu Curri, Albania, 1958), arriva finalmente in Italia, anche se con colpevole ritardo, grazie all’impegno di Franco Rizzi, storico e fondatore di UNIMED, ed alla coraggiosa disponibilità dell’editore Castelvecchi. Innanzi tutto è interessante notare quanto l’Italia sia stata eccezionalmente vicina all’Albania negli anni dell’era post comunista, quanto invece si sia di fatto disinteressata di quanto accadeva in termini culturali ed intellettuali sia durante il periodo della dittatura comunista che dopo. Questo libro ed il suo autore ci avvicinano a questa realtà che abbiamo trascurato ma lanciano anche un grido di allarme su ciò che tutte le forme di totalitarismo e di dittatura rappresentano. Un libro quindi che parla dell’Albania ma che è un grido di lotta e di resistenza contro qualunque forma di oppressione politica.

Besnik Mustafaj in gioventù ha lottato per la libertà nel suo paese e successivamente ha anche avuto incarichi politici importanti nell’era post-comunista. Ambasciatore albanese a Parigi dal 1992 al 1997 e ministro degli steri dal 2005 al 2007. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue e nel 1997 è stato insignito del Prix Méditerranéè étranger per il libro “Le tambour de papier”.

“Piccola Saga Carceraria”, pubblicato già trent’anni fa in Albania e successivamente tradotto in francese ed in tedesco ricevendo a suo tempo anche riscontro positivo su Le monde e  su Frankfurter Algemeine Zeitung , si articola in tre diversi racconti. Sullo sfondo forme diverse di totalitarismi albanesi: la monarchia, il comunismo, il fascismo. Ma tutti hanno in comune un luogo che viene eletto a monumento politico di tutte le dittature e totalitarismi: il carcere per i detenuti politici.

Nel primo racconto, il rapporto inconsolabile tra un ragazzo con il padre che non ha mai conosciuto perchè detenuto politico, ma che in qualche modo crede di conoscere. Ne proietta quindi una immagine potente, infinita, maestosa, in qualche modo eroica. Crescendo, il rispetto che sente negli adulti intorno a se verso la figura del padre lo rafforza in questa idea. L’incontro finalmente in carcere con il vero padre, quello fisico e non immaginario, un piccolo uomo vinto dal carcere dalle privazioni, dalle vessazioni della carcerazione politica, lo annienta.

Nel secondo racconto un detenuto politico aspetta in carcere di poter incontrare la moglie. Una sorta di premio di buona condotta. Tutto il racconto si snoda intorno all’attesa per questo incontro che consuma la mente ed il cuore del protagonista. Ma al momento fatale ancora una volta l’oppressore diventa presente nella stanza. Si fa materia e presenza fisica nella mente dell’uomo. Le mura di una stanza concessa per l’amore “carcerato” diventano in realtà le mura di una tomba, dove tutto è finito, tutto è perduto.

Nel terzo racconto una guardia carceraria si infrange con una dura realtà: la chiusura del carcere, la fine stessa della sua esistenza. Non aveva sofferto nei vari passaggi da una dittatura all’altra ma all’improvviso lo svuotarsi del carcere lo rende pazzo. Non riesce ad accettare una esistenza senza il ritmo scandito dall’oppressore. Non riesce ad accettare l’assenza di quel ritmo che ha dato un senso alla sia vita e alla fine decide di sostituirsi alla legge. L’oppressore si è impadronito di lui. Uccide per farsi giustizia.

Una chiave di lettura terribile attraversa tutto il libro: l’oppressione che sopprime le libertà riesce anche a sopprimere l’amore. Mustafaj con il suo ritmo incalzante riesce, parlando di singole storie, di donne e uomini, a dare una lezione sulla pervasività dell’oppressione politica che arriva anche nei meandri più profondi e sconosciuti dell’animo umano. Una lezione che, guardando al Mediterraneo di oggi, ancora in tanti si ostinano a non ascoltare.

di Marcello Scalisi – Direttore di UNIMED

Leggi l’intervista a Besnik Mustafaj